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Puntuali anche quest'anno e per la 33ma volta presentiamo il volume dei "QT di Numismatica e Antichità Classiche". E', come sempre, un piccolo miracolo, messo insieme con contributi di studiosi e specialisti sparsi in tutta l'Europa, e reso possibile dal rinnovato finanziamento di un gruppo di Amici, la cui lealtà pluriennale è sicuro segno di grande passione anche per il contenuto. |
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Con 19 contributi - di cui 7 di numismatica, 2 di architettura e 10 di archeologia - la nuova Rivista prosegue senza rottura ideologica il discorso fatto finora da chi mi ha preceduto nella direzione da 32 anni a questa parte. |
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Questa è la prova lampante di come l'indirizzo pluridisciplinare promosso dai fondatori nel 1972 sia stato il più proficuo per ottenere risultati scientifici attendibili. Associare trent'anni or sono in un solo volume contributi da discipline talvolta e a torto considerate come distinte, quali la numismatica e l'archeologia, è stata operazione lungimirante. |
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Anche quest'anno, come già proposto in precedenza dal direttore uscente Ermanno Arslan, la Rivista rimane ulteriormente allargata ad interessi sempre più vasti e interdisciplinari. Ciò non è solo il risultato della globalizzazione generale del nostro tempo, infiltratasi con profitto anche nello studio delle culture antiche, ma è dovuta riconoscenza a tutte quelle discipline - dalla numismatica all'archeologia, dall'architettura alla filologia, passando per Roma, la Grecia, Cipro, il Vicino Oriente e l'Iran - che oggi non si possono più considerare a sé stanti, ma di cui al contrario ci si rende conto con sempre maggiore intensità sia dell'interdipendenza reciproca che dei rispettivi influssi. Solo in casi rarissimi o per brevi periodi certe culture sono rimaste autarchiche e, invece, il vero progresso c'è stato lì dove vigeva lo scambio reciproco, sia materiale che intellettuale. E poi, culturalmente parlando, anche chi dominava è sempre stato influenzato dai dominati o addirittura, in alcuni casi clamorosi, è stato addirittura vinto dai vinti, come ad esempio Roma dopo la conquista militare della Grecia. |
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Fedele agli intenti dei miei predecessori è stata anche la scelta degli studiosi che hanno contribuito a questo volume. Accanto a ricercatori affermati da tempo - come ad esempio Erika Simon, Konrad Schauenburg, Clemens Krause o Jean-Baptiste Giard - si è voluto dar spazio anche ai più giovani con proposte forse meno convenzionali, ma non per questo meno interessanti: Stefania Pafumi sul ruolo sociale della scultura in Sicilia nel VI e V sec. a.C. o Panagiotis Iossif con un nuovo approccio alle monete di Seleuco I a Susa, per non citare che alcuni esempi significativi. Infine e per riconoscenza verso la nostra storia locale, ho mantenuto lo spazio per un contributo sul Canton Ticino, quello di Simonetta Biaggio Simona e di Fulvia Butti Ronchetti sull'offerta monetale nella necropoli di Arcegno. |
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Il discorso scientifico della Rivista, che ha l'enorme vantaggio di non essere legata ad una scuola o ad un istituto specifici, rimane quindi sempre libero da particolarismi e da schemi e, anche quest'anno, approfitta una volta in più dell'internazionalità dei suoi contributi che ci giungono da diversi centri di ricerca - in Svizzera, in Italia, in Grecia, in Cechia, in Germania e in Francia. |
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Il volume si apre con un contributo di iconografia dedicato ad un momento delicato della storia greca, i cosiddetti "secoli oscuri" e l'inizio dell'età Geometrica. Jan Bouzek, conosciuto per le sue ricerche sulla grecità nell'area balcanica, ci parla degli uccelli (in particolare quelli in bronzo), tema ricorrente sia nel periodo miceneo dell'età del Bronzo che nelle età successive e quindi adatto a dimostrare, una voltà in più, una continuità culturale messa spesso in discussione nei decenni passati. La continuità non è certo solo iconografica, ma è anche religiosa e fa dell'uccello, nel corso dei secoli, un simbolo positivo, magico, atto a stimolare l'unione tra i sessi, e anche epifania di divinità quali Apollo e Afrodite. |
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Con il contributo di Erika Simon, dedicato ad Aiace che trasporta il corpo morto di Achille fuori dal tumulto di Troia, restiamo tematicamente nell'età eroica, ma ci spostiamo cronologicamente in età tardoracaica verso la fine del VI sec. su uno dei media che ci ha fornito con maggior costanza i dettagli visivi della guerra di Troia: la pittura vascolare attica. |
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Con la consueta precisione analitica, la grande studiosa tedesca spiega i dettagli iconografici del tema in base ad una brocca vinaria inedita a figure nere da Francoforte sulla quale Aiace porta in spalla Achille verso destra. L'accorgimento è nuovo, perché la tradizione dei grandi maestri come Klitias e Exekias lo rappresentava in movimento verso sinistra, mettendo quindi in evidenza lo scudo di Aiace. La nuova formulazione, che permette invece la rappresentazione complessa dei due corpi umani, è stata introdotta dai pionieri della pittura a figure rosse ed è qui ripresa in un ultimo esempio a figure nere. |
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Aiace di Salamina, del resto, è un tema politico centrale per l'Atene del VI-V sec., in particolare dopo l'annessione dell'isola alla città stessa, e testimonia una volta in più come i temi del ciclo epico venissero periodicamente riutilizzati in epoche successive per tematizzare il presente. |
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Il terzo contributo è quello di Stefania Pafumi, giovane ricercatrice di Catania, sulla scultura a tutto tondo in Sicilia in uno dei periodi di maggior splendore, il VI e V sec. a.C.. E' uno studio corposo che parte dai dati forniti dalle fonti letterarie ed epigrafiche per poi verificare la realtà archeologica più frammentaria e concludere con un'analisi dei contesti che tiene conto in particolare del ruolo sociale della committenza, nella maggior parte dei casi i Tiranni o il loro entourage nelle ricche città greche di Sicilia. |
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Il rapporto committente-artista-pubblico che sta alla base della nuova direttiva di ricerca proposta dalla Pafumi, indica chiaramente e pur nella frammentarietà dei resti materiali quali erano i meccanismi che regolavano la produzione e fruizione della scultura in Sicilia. Anzitutto la situazione varia sensibilmente da città a città e dipende esclusivamente dalla volontà dei Tiranni e dalla loro politica che, con i deplorevoli trasferimenti in massa della popolazione, a volte si rivelava destrutturante. Non esistono botteghe di scultori laddove le condizioni politiche sono instabili e dove dunque manca una costante garanzia di richiesta. |
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La produzione si focalizza invece laddove fiorisce la tirannide, è determinata dagli stessi detentori del potere ed è presente in forza anche nei santuari panellenici della madrepatria, dove si voleva garantire una presenza di prestigio internazionale che tornava di nuovo a favore del Tiranno. |
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Giungiamo così al contributo fondamentale di Riccardo Di Cesare della Scuola Italiana di Atene sulla storia delle mura di cinta dell'acropoli di Atene subito dopo l'invasione e la distruzione persiana del 479 a.C. |
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Pur nella loro realizzazione precipitosa e legata a drammatiche necessità, le nuove mura sono storiche e artistiche, dato che riutilizzano materiali architettonici e a volte anche scultorei da importanti edifici precedenti e contemporanei, e sono mura ad alto valore simbolico. Sono la memoria della città, sono un riutilizzo politico a scopo propagandistico, sono pezzi di attuale storia cittadina ricomposti e ostentati a sollecitare la memoria pubblica in un muro difensivo, quasi a ribadire la ferma volontà di non cedere ai Barbari. La trabeazione dell'Athenaion arcaico, i tamburi del Partenone II e i resti del tempio di Atena Parthenos sono gli elementi principali reimpiegati intenzionalmente per una scenografia a scopo politico, oltre che per motivi economici, messa in atto dal 475 in avanti da Temistocle o più probabilmente da Cimone. Dopo lo smacco iniziale si voleva eternare la vittoria finale greca e, nel contempo, erigere un memoriale di monito all'arroganza distruttrice dei Persiani, ribadendo anche il possesso religioso e divino dell'Acropoli. Atene esce dalle guerre persiane come superpotenza e le nuove mura ne sono il simbolo per tutta l'Ellade. |
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In un certo senso è questo il contributo più sorprendente del volume. Partendo da materiali in apparenza poco appariscenti e letteralmente "murati" l'autore ci ricostruisce in maniera molto avvincente la motivazione politica, ideologica e religiosa dell'opera edilizia di maggiore rilievo simbolico dell'Atene di età classica. |
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Anche Antonio Corso, con la consueta precisione archeologica e partendo da un passo di Plinio, ci propone la ricostruzione di un monumento importante per capire la politica di Cimone nell'Atene classica: una quadriga in bronzo commissionata da Cimone stesso per glorificare le vittorie olimpiche del nonno a Calamide, uno dei maestri bronzisti più rinomati del tempo. La quadriga fu esposta ad Atene sulla tomba di famiglia e va intesa anche nel desiderio di stabilire stretti rapporti politici tra Atene e Olimpia. Forse perché rimasta incompleta o danneggiata e nell'atto di postuma generosità, l'opera fu completata un'ottantina d'anni più tardi dal giovane Prassitele che vi aggiunse l'auriga e, seguendo le fonti, fu portata a Roma probabilmente da Silla. |
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Così, anche quest'anno, Antonio Corso resta fedele a sé stesso roteando meravigliosamente e una volta in più intorno all'operato di Prassitele, che è uno dei suoi "cavalli di Troia" nell'ambito delle sue ricerche e su quale ha appena pubblicato una interessantissima monografia. |
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Con il contributo di Dora Katsonopoulou, dedicato all'attività di Skopas nella nativa Paros, entriamo definitivamente nella scultura greca di IV sec. e con uno dei suoi maggiori rappresentanti attivi tra il 370 e il 330 a.C. |
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L'autrice propone una tesi innovativa secondo la quale Skopas scultore e architetto avrebbe iniziato la sua carriera lavorativa proprio nella nativa Paros e solo in seguito avrebbe accettato incarichi anche in Attica e nel Peloponneso. La tesi è supportata sia dal fervido attivismo creativo della famiglia di Skopas (il padre e il nonno erano anch'essi scultori), sia dal materiale più usato dallo scultore (il marmo pario) che da concrete testimonianze soprattutto architettoniche sull'isola. |
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Di carattere più antiquario è invece il contributo di Konrad Schauenburg che presenta una serie di crateri attici a figure rosse da collezioni private italiane e olandesi e tuttora inediti. Con la consueta acribia, l'autore ricostruisce iconografie e dettagli di produzione, non tralasciando i rapporti compositivi delle due facce dei vasi e tentando l'attribuzione a maestri e botteghe. |
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E' un contributo importante, sia perché presenta materiale nuovo, sia per le argute osservazioni iconografiche che allargano e approfondiscono i temi rappresentati su questa categoria di oggetti: il re tracio Licurgo che uccide il figlio per aver trasgredito Dioniso, il dio stesso con il suo seguito oppure una delle rare rappresentazioni degli Arismaspi, per non citare che alcuni esempi significativi. |
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Arriviamo all'articolo di Francesco Mannucci e Hasan Beden, di carattere topografico e dedicato alla localizzazione di una città dimenticata della Caria, Kranaos sulla costa dell'Asia Minore. Siamo a livello di survey, già comunque analitico ed estremamente importante per studi futuri. La località, o forse meglio il raggruppamento di villaggi intorno al golfo Ceramico, dovevano formare una sorta di lega difensiva in parte possentemente fortificata. Almeno in età ellenistica, il centro doveva ricoprire un notevole ruolo nei traffici regionali come dimostra anche il fatto che batteva moneta con l'iscrizione KRAN e sul modello della vicina Rodi, quindi con la testa radiata di Helios. |
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Daniele Malfitana ci porta invece attraverso un percorso filologico a riesaminare la questione dei vasi tericlei. Partendo dalla descrizione nell'undicesimo libro dei Deipnosofisti di Ateneo, l'autore raccoglie e analizza tutte le informazioni su questa classe di materiali: si tratta di vasi dalle diverse forme - kantharoi, coppe, crateri, idrie - prodotti ad Atene, in argilla, bronzo o in pregiato legno nero e dorati, legati in origine ad un vasaio di Corinto, certo Tericle vissuto ai tempi di Aristofane, ma prodotti anche in età ellenistica. |
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Dopo lo studio delle fonti l'autore analizza l'evidenza archeologica in un'opera di ricostruzione che, passando per le ceramiche attiche decorate a rilievo e le produzioni a vernice nera di ispirazione metallica e sovradipinte, fa riemergere le caratteristiche fondamentali dei tericlei. |
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Infine arrivano anche dei nuovi dati contestuali: in un santuario cipriota del III sec. dedicato alle Ninfe sono stati trovati alcuni kantharoi definiti nelle iscrizioni di dedica proprio come tericlei, una testimonianza unica che associa questo tipo di vasi, oltre che all'ambito del simposio, anche a quello cultuale. |
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Prettamente numismatico è invece il contributo di Panagiotis Iossif, autore già conosciuto su questa Rivista, e che quest'anno ci propone un nuovo e ingegnoso approccio alle monete di Seleuco I battute a Susa in Iran. Il successore di Alessandro ebbe in sorte il regno più orientale, già nel 320 fu satrapo di Babilonia e in seguito potè annettere i territori del vecchio regno achemenide - la Media, la Susiana e la Persia. La sua politica monetaria e la sua iconografia sono determinate dal ritmo delle conquiste orientali e, in particolare, dalla vittoria decisiva sul diretto concorrente macedone, Antigono Monophtalmos nel 301 a Ipsos. |
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Lo studio dello Iossif si incentra su un'emissione eccezionale da Susa che presenta al diritto una testa elmata e al rovescio una Vittoria che incorona un trofeo con armi catturate ai Macedoni, come conferma la stella regale che decora gli scudi. Mettendo in relazione questa emissione con la vittoria di Seleuco I sull'antagonista macedone ad Ipsos, l'autore propone in maniera convincente di identificare la testa elmata sul diritto come l'unica rappresentazione di Seleuco I prima della sua morte. La pelle di pantera che copre l'elmo e le corna di toro indicano che Seleuco era assimilato a Dioniso e ad Alessandro. |
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Con Rudolf Känel restiamo in età ellenistica, ma passiamo al tema della ritrattistica in marmo con la presentazione di due busti in miniatura e inediti di sovrani tolemaici. |
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Della dinastia tolemaica, che regnò in Egitto per tre secoli dal 323 a.C., sono rimasti numerosissimi ritratti perché il culto dinastico macedone si ricollegava sia a quello di Alessandro che a quello del Faraone e coinvolgeva così entrambe le componenti etniche del paese (quella greca e quella egiziana). Spesso i ritratti erano in miniatura, come i nostri, e venivano usati come offerte votive in un santuario o come immagini di culto nella cappella casalinga. |
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L'autore, in base ad una precisa analisi iconografica e stilistica, attribuisce rispettivamente a Tolemeo II e a Tolemeo III i due nuovi ritratti inediti da collezioni private a Monaco e a Basilea. Inoltre e almeno nel caso di Tolemeo III detto "Euergetes" - il benefattore - alcuni dettagli iconografici permettono di associarlo ad Hermes, il dio del commercio e dunque il garante del benessere assicurato dal re. |
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Passiamo invece al periodo romano con il contributo di Clemens Krause dedicato nientemeno che alla casa di Cicerone sull'angolo nordoccidentale del Palatino dove l'autore, quando era direttore dell'Istituto Svizzero di Roma, ha avuto l'occasione di condurre degli scavi. |
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La casa fu acquistata da Cicerone nel 62 a.C. e 4 anni dopo, quando Cicerone fu mandato in esilio, il tribuno Clodio la fece saccheggiare e mettere a fuoco. Infine e in maniera vergognosa fu annessa al terreno dello stesso Clodio, che era suo vicino di casa e che voleva assicurarsi un'abitazione magnifica in uno dei posti più ambiti della città da dove si dominava il foro. |
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In una tipica analisi architettonica, basata sul confronto delle planimetrie a disposizione ma soprattutto sulla combinazione degli innumerevoli dati forniti dalle fonti, il Krause dapprima localizza con precisione la casa di Cicerone sotto i resti della Domus Tiberiana e precisamente non sulla cima, ma sul pendio nord del Palatino, dove, in età repubblicana, sorgeva un quartiere d'abitazione ortogonale. Quindi, con un lavoro di continui confronti, ritraccia passo per passo le fasi costruttive di ogni ambiente e dei monumenti o costruzioni vicine appartenute al quartiere, fino al ritorno di Cicerone nel 57 e fino al riottenimento del lotto da parte dell'oratore. |
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E' un lavoro magnifico con risvolti carichi di conseguenze per il futuro: la ricostruzione in forma ortogonale e modulare del quartiere repubblicano del Palatino ci porta a considerarlo come la pars pro toto della cosiddetta Roma quadrata di Romolo, il rigido modello quindi per tutte le colonie che nei secoli fonderà l'Urbe. |
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Segue cronologicamente il mio contributo che quest'anno è dedicato al tema dell'Ermafrodita. Prendendo lo spunto da una statua inedita e di età romana da poco esposta all'Antikenmuseum di Basilea ho cercato di ricostruire la possibile fruizione dell'opera che decorava probabilmente il giardino di una villa, quasi a simbolo erotico dell'otium della villeggiatura. |
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Inoltre - ed è quello che più mi interessava - ho cercato soprattutto di approfondire l'aspetto simbolico originario del motivo, come ci è tramandato dalle fonti e dalla mitologia preromane. Essere fuso tra maschio e femmina, l'Ermafrodita era una perfetta espressione delle origini che raccoglie la potenzialità di entrambe le nature, prima della sua desacralizzazione o profanazione in età ellenistico-romana, quando divenne esclusivamente opera d'arte. |
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Anche Chiara Bianchi ci propone un tema romano, un nuovo letto funerario in osso rivenuto in centinaia di frammenti a Mortara (Pavia) in coincidenza con tombe ad incinerazione. Il letto funerario era stato evidentemente bruciato sul rogo funebre. Il contributo è di grande importanza perché la classe di materiali è rara e quindi ogni nuovo dato può essere molto prezioso per la ricerca. L'autrice ricostruisce passo per passo ogni elemento del letto in base anche a raffronti da tutto il Nord Italia. |
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Accanto a pezzi puramente decorativi vi sono anche elementi figurati che permettono di ricostruire un corteo bacchico cui partecipavano putti alati reggenti cornucopie. Una volta in più, l'iconografia ha significato escatologico e, in questo caso, allude alla beatitudine dell'aldilà cui aspiravano i seguaci del culto dionisiaco. |
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Seguono 5 contributi prettamente numismatici. |
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Il primo, quello di Simonetta Biaggio Simona e Fulvia Butti Ronchetti è dedicato al Ticino, come è giusto che sia per una Rivista edita nel nostro Cantone. Il tema verte sull'offerta monetale nella necropoli di Arcegno, comparata con quella dell'area ticinese e del Verbano, ed è dedicato a Pierangelo Donati che, nel 1970 e fresco di nomina, iniziò lo scavo nella necropoli pubblicando anche sulla nostra Rivista il primo rapporto preliminare. |
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Le autrici riprendono lo studio rimasto incompiuto del Donati ed esaminano le variazioni dell'offerta monetale nelle tombe durante il lungo periodo di utilizzazione della necropoli tra il I e il IV sec. d.C. cercando, tra l'altro, di valutare quando le monete erano deposte come "obolo di Caronte" oppure per altri motivi - dal gruzzolo tesaurizzato all'esibizione simbolica di status, dal talismano all'offerta votiva. |
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Gianluigi Russo, Franco Russo e Mariano Davoli ci presentano invece le monete aksumite in lega di rame, poco conosciute ma, in mancanza di altre fonti attendibili, di grande interesse per la ricostruzione storica del regno di Aksum. Formatosi in Etiopia intorno alla capitale Aksum, il regno si sviluppò a partire dal I sec. d.C. e suoi sovrani si fregiarono presto del titolo di "re dei re", alimentando dei commerci a lungo raggio con il mondo romano, l'Arabia del Sud e l'India. Batterono moneta dal III al VII sec. e solo le conquiste persiana dapprima e islamica in seguito misero fine sia ai commerci internazionali sia, di conseguenza, alle ragioni economiche del battere moneta. |
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Con il contributo di Franca Maria Vanni entriamo definitivamente nel Medioevo, un periodo al quale, almeno numismaticamente, intendo dare spazio anche in futuro, come già avvenuto in precedenza. |
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L'autrice ci scrive sull'iconografia del Volto Santo nella monetazione di Lucca. E' la produzione di una nuova zecca, legata, come le altre zecche toscane, al fenomeno della nascita dei Comuni che provocò un positivo rinnovamento dell'iconografia monetaria rispetto alla monotonia tipologica e quasi esclusivamente epigrafica del periodo precedente. I Lucchesi, che battevano moneta come comune autonomo dal 1209, scelsero come effigie monetaria non il loro patrono (San Martino) bensì il Volto Santo del Crocifisso miracoloso venuto a Lucca dall'Oriente, un'immagine che era loro ben famigliare e che costituiva al tempo stesso il simbolo della città. Con grande precisione di dettagli iconografici e di immagini la Vanni ci ritraccia la storia del motivo dalla sua prima apparizione sui grossi d'argento emessi dopo il 1209 fino alla sua scomparsa con le invasioni napoleoniche, quando un'immagine politica e terrena venne a sostituire quello che per 5 secoli fu il padrone religioso della città e delle sue monete. |
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L'ultimo contributo è di Jean-Baptiste Giard della Biblioteca Nazionale di Parigi e chiude per così dire il cerchio con un tema di storia della numismatica, precisamente con l'inizio della scienza stessa o meglio della "curiosità" erudita per monete e medaglie durante il Rinascimento in Europa. |
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Dal primo entusiasmo di Petrarca e Boccaccio fino al corpus descrittivo di Fulvio Orsini del 1577, l'autore passa in rassegna analitica le diverse tappe della storia di questa scienza, delineando le personalità singole degli studiosi nonchè i differenti intenti nello studio e nella comprensione storica delle monete che, col passare del tempo, divennero sempre più modernamente scientifici. Il cerchio di studiosi e collezionisti si allarga in progressione sullo scorcio di pubblicazioni-chiave. |
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Anche se la moneta è spesso ancora considerata come curiosità erudita o serve solo ad illustrare degli exempla di virtù o dei ritratti libreschi di imperatori, saranno i secoli XVIII, XIX e soprattutto XX a sfoltirla di tutto ciò che è immaginario e fantasioso e a consacrarla definitivamente come scienza seria e analitica dei fatti storico-sociali, al pari di archeologia, filologia ed epigrafia. |
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Infine resta il dossier. Ancora una volta è di Ermanno Arslan, che ringrazio vivamente per averci inviato anche nel suo primo anno di non-direzione un testo panoramico ma sempre attento e analitico su una delle più importanti monetazioni barbariche d'Italia, quella degli Ostrogoti che, iniziata in assoluta continuità con la realtà imperiale romana, si conclude con l'Italia già compiutamente collocata nell'altomedioevo. |
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Anche questa volta, Arslan usa la moneta quale mezzo più diretto e carico di simboli per la ricostruzione storica del periodo ostrogoto, inziato nel 489 con l'arrivo di Teodorico in Italia e conclusosi con la sconfitta di Theia ai monti Lattari nel 553. Partendo dalla primissima contesa tra Teodorico e Odoacre per la gestione del mandato governativo dell'imperatore d'Oriente Zenone, Arslan ricostruisce i fatti storici in base ai mutamenti della monetazione, indicativi per segnalare a sudditi e rivali la propria legittimazione e missione politica nella gestione del potere. |
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In revisione passano non solo le emissioni in oro, costrette a rispettare l'ufficialità del monopolio imperiale, ma anche quelle in bronzo e soprattutto in argento nelle quali i re ostrogoti ebbero subito l'occasione di proporre soluzioni iconografiche diverse e più "personali" per legittimare il loro potere, dato che il mercato di Bisanzio, al contrario dell'Occidente, non usava moneta in tale metallo. |
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Il procedimento nelle zecche ufficiali di Milano, Ravenna e Roma, è sottilmente politico e va a tappe. Sul diritto compare dapprima sempre il busto dell'imperatore di Bisanzio, che delegava il potere in Occidente, mentre il rovescio è riservato ai temi personali o addirittura al proprio monogramma. Emissioni rare, come il multiplo in oro da tre Solidi (fig.12) con Teodorico sul diritto e la Vittoria sul rovescio, erano rivolte solo ad interlocutori germanici - Franchi e Visigoti - mentre quelle in bronzo della riforma teodoriciana con il busto di Roma e con la Lupa e i Gemelli erano dirette alla popolazione ostrogota e "romanza" in Italia. |
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Lo scontro con Bisanzio si percepisce però già nelle scelte stilistiche di certi tipi monetari che prediligono la frontalità della rappresentazione, quindi uno schema anticlassico e già medievale, fino allo scontro aperto nelle emissioni successive, poco prima e subito dopo la caduta di Roma e di Ravenna, quando i re ostrogoti cancellarono dalla moneta qualsiasi riferimento all'autorità bizantina. |
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Non mi resta, a questo punto, che ringraziare profondamente tutti coloro che hanno contribuito con grande impegno alla riuscita del volume. |
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Anzitutto gli Amici della Rivista, che sin dall'epoca della sua fondazione e secondo un modello praticamente unico al mondo la sostengono finanziariamente e la seguono con passione; |
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il comitato scientifico e redazionale con Ermanno Arslan, Antonio Corso e Maria Bernareggi, particolarmente attivi quest'anno sia di prima persona che nell'ambito della "caccia" ai contributi, e allargato l'anno scorso a due eminentissime numismatiche, Carmen Arnold Biucchi e Lucia Travaini; |
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Verena Chiesa ringrazio di cuore per il preziosissimo lavoro di segretariato e di organizzazione; |
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infine, ma non da ultimo, ringrazio vivamente Aldo Morosoli e i collaboratori della Graficomp SA (Pregassona), in particolare Viviana Kolb, per il grande e preciso lavoro di prestampa e la Gaggini-Bizzozzero SA (Lugano) per la stampa. |